Emblema della Repubblica Italiana

Consiglio Nazionale degli
Studenti Universitari

Ministero dell'Università e della Ricerca

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18 gennaio 2011

Prot. n. 4
Spedito il 18 gennaio 2011

Roma, 18 gennaio 2011
Alla c.a. Ministro
On.le Avv. Mariastella GELMINI
Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca

E p. c. Direttore Generale
Dott. Marco TOMASI
Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
SEDE

Oggetto: la valutazione della ricerca universitaria

IL CONSIGLIO NAZIONALE DEGLI STUDENTI UNIVERSITARI

ADOTTA IL SEGUENTE DOCUMENTO

Valutare, in ambito universitario, significa stabilire criteri e regole di giudizio sulla qualità:

  • della didattica, ossia delle competenze acquisite dallo studente e dell'offerta formativa proposta;
  • della ricerca, e, dunque, dei singoli ricercatori, dei dipartimenti ovvero dei differenti centri di ricerca;
  • del sistema universitario nel suo complesso (a mero scopo esemplificativo, si considerino i grandi ranking internazionali in cui si classificano gli atenei, viziati però dall'uso di indicatori profondamente disomogenei e quindi generatori di risultati profondamente diversi tra loro).

La prima precisazione da fare è che la valutazione è uno strumento, non un fine; essendo uno strumento tecnico, esso può essere costruito differentemente in relazione all'oggetto della valutazione e in base alla finalità che ci si prefigge. La scelta degli indicatori, infatti, ha un carattere convenzionale e consapevolmente discrezionale.
La valutazione, inoltre, può essere esterna, ed in questo caso la sua efficacia dovrebbe essere garantita dall'indipendenza e dall'autonomia del valutatore; ovvero interna, slegata da qualsiasi dimensione fiscale, caratterizzata dagli interessi e dalla competenza specifica e circoscritta di chi la compie e finalizzata all'apprendimento organizzativo interno e al miglioramento dell'organizzazione stessa (learning evaluation).
L'introduzione della valutazione è stata storicamente determinata dall'esigenza di un diverso funzionamento del sistema di governo economico e finanziario delle università, in ambito didattico e di ricerca scientifica. A partire dal 1993, infatti, il centralismo ministeriale nell'allocazione delle risorse tra le università e al loro interno, inizia a lasciare spazio ad un modello decentrato, caratterizzato dall'assegnazione di risorse a ciascuna università secondo meccanismi di ripartizione correlati ai costi di produzione, e dalla previsione di una quota di risorse condizionate al raggiungimento di obiettivi specifici.
A livello nazionale, attualmente, la governance finanziaria dell'università dispone dello strumento istituzionale del Comitato nazionale di valutazione (Cnsvu), per il monitoraggio della complessiva attività del sistema universitario, e del Comitato di indirizzo per la Valutazione della ricerca (Civr). A livello locale, poi, ogni singola università possiede un Nucleo di valutazione per il monitoraggio e controllo dei risultati relativamente alla didattica, alla ricerca e all'amministrazione delle risorse.
In questa prima sede di analisi, si è scelto di focalizzare l'attenzione sulla valutazione della ricerca.
Va anzitutto sottolineato che l'ultima valutazione triennale, fatta per il triennio 2000-2004, è stata scarsamente o per nulla usata come valutazione degli atenei o dei dipartimenti. L'ultimo decreto CIVR, n. 8/2010, tra le novità più significative, prevede invece la possibilità di valutare i singoli dipartimenti (in linea probabilmente con la richiesta di distribuzione delle risorse ai dipartimenti e non agli atenei), di svolgere una valutazione esplicita di un certo numero di pubblicazioni per docente anzichè per struttura, di introdurre la valutazione ex post su reclutamento e promozioni.
Su un livello più generale di analisi, un sistema universitario di qualità dovrebbe avere la capacità di investire sulla libertà della ricerca e, in particolare, dei giovani ricercatori. In questa prospettiva, la valutazione non può che essere ex-post, rispetto alle scelte di didattica e ricerca degli studiosi e delle strutture accademiche. Le stesse strutture dovrebbero essere valutate non solo sulla base della capacità di attrazione di singole eccellenze, ma soprattutto sulla capacità di costruire capitale sociale e culturale in cui i giovani talenti possano trovare le condizioni per produrre innovazione e conoscenze quanto più possibili originali.
Va poi specificato che esiste una ricerca di base, ossia astratta e non finalizzata, ed una ricerca applicata che invece si volge a fini od obiettivi specifici; va evidenziato anche, preliminarmente, che non è pensabile utilizzare per i settori giuridici, sociologici, umanistici, filosofici, storici gli stessi criteri valutativi utilizzati per quelli scientifici. Tutte le direzioni di studio e ricerca dovrebbero essere valorizzate da un processo di valutazione.
Esistono due strumenti, che la maggior parte dei sistemi di valutazione, nel settore scientifico, usa congiuntamente:
- la peer review, ovvero la valutazione tra pari, che nei paesi anglosassoni è usata quale metodo per l'assunzione di docenti;
- i criteri bibliometrici, fondati sull'uso di diversi indici che tengono conto del numero di pubblicazioni dell'autore, del numero di citazioni dell'opera e della rilevanza internazionale delle riviste di pubblicazione, confrontandoli possibilmente con la media degli stessi valori nel medesimo settore e nello stesso anno.
La peer review, a nostro parere, dovrebbe essere svolta preferibilmente in forma anonima per garantirne la serietà, e da parte di un gruppo cospicuo di studiosi (di provenienza nazionale ed itnernazionale), in ogni caso superiori a due, per salvaguardarne la affidabilità. Il limite di tale metodo valutativo, in ogni caso, è indubbiamente rappresentato dal pericolo di penalizzazione di chi fa ricerca "di nicchia" e lontana dal mainstream.
I criteri bibliometrici, invece, hanno il vantaggio di essere più democratici, poiché il giudizio è dato dall'intera comunità di studiosi, e più economici, data l'automazione dei processi bibliometrici.
Essi però, pur risultando funzionali nei settori caratterizzati da una forte omogeneità sul piano internazionale, non possono esserlo per molti altri settori (giuridici, sociologici, umanistici, filosofico, storico...) in cui gli oggetti di ricerca, la lingua usata, gli scopi prefissati non sono di interesse e comprensione "globalizzata".
Inoltre, non esiste attualmente una banca dati bibliometrica con un grado di copertura apprezzabile per tutte le discipline, ed in secondo luogo vi è il rischio di ipervalorizzare singole riviste, la cui sostanziale preponderanza potrebbe essere, financo, determinata dall'esistenza di maggiore potere editoriale.
Con tutti i limiti del caso, questi strumenti di valutazione sono utili se si è consapevoli del loro ineliminabile margine di errore, della necessità che siano perfezionati e messi a punto da agenzie realmente indipendenti e qualificate, e del fatto che i risultati ottenuti debbano essere finalizzati al miglioramento del sistema universitario, e non usati a mero scopo punitivo.
Un discorso specifico va fatto per le discipline umanistiche.
Qui non è pensabile una generalizzata applicazione dei tradizionali criteri di produttività e degli  indicatori bibliometrici, e minor importanza è attribuibile agli standard che fanno riferimento al trasferimento tecnologico. Ciò non esclude però l'importanza, anche in questi settori, di una maggiore internazionalizzazione e di una seria sperimentazione di strumenti di valutazione condivisi dalla comunità accademica.
In conclusione, affinché un sistema valutativo sia apprezzabile positivamente, esso deve dotarsi di procedure eque e trasparenti in rapporto sia alle riviste che alle collane editoriali, e deve assicurarsi riguardo all'indipendenza di quanti sono impegnati nella ricerca e nella sua valutazione. Una valutazione che sia rigorosa, collettiva, affidabile e che sia pensata anche in chiave di effettiva rendicontazione sociale dei risultati dell'Università e della Ricerca.
Andrebbero in tal senso valutate anche le condizioni materiali in cui viene fatta ricerca, e, dunque, il numero di borse di dottorato, assegni post-dottorato e contratti di ricerca messi a bando annualmente; le collaborazioni con le università straniere; le infrastrutture e i sevizi posti a disposizione.
E' imprescindibile, infine, che i criteri adottati siano resi noti in anticipo, meglio se definiti in maniera partecipata, in collaborazione con la comunità accademica inter ed intra disciplinarmente e che la valutazione sia di tipo ex-post, sui risultati delle scelte di didattica e ricerca che gli studiosi devono prendere liberamente senza condizionamenti ex-ante.

 

Il Presidente
Mattia Sogaro



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